Deformitas/Deiformitas

2019

4 stampe su carta fotografica in bianco e nero, montate su Dibond, 40x60 cm cad.

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L’opera presenta quattro corpi deformi, ricavati da diapositive di un vecchio archivio fotografico medico-scientifico. Pallidi come marmo e fragili come gesso, spiccano nel forte contrasto di luce e buio: sono delicatissimi Déi le cui teste irradiano una luce riconducibile all’idea di emanazione divina, così accecante da censurarne le identità e rendere i deformi acefali archetipi di divinità originarie.

Questa visione mistica di corpi straordinari (extra-ordinari), fuori dalla misura e dall’ordine caratterizzanti, invece, la figura eroica della scultura classica, ci proietta in un universo non più misurabile ma smisurato, incommensurabile. Non si tratta di eccessi passionali e pulsioni terrestri, non hybris, ma un eccesso che va oltre la nostra percezione sensibile.

Considerando l’interpretazione della parola “deformità”, da deformitas cioè “bruttezza”, data da Sant’Agostino e Cipriano, la deformità indica lo stravolgimento della Forma e viene intesa con una felice analogia come Dei formitas, “la Forma di Dio”, “secondo l’equazione deformitas/deiformitas”.

Il Cristianesimo venera, infatti, il Christus Humilis, non un superuomo ma un uomo umile, che appare sofferente e deformato dal dolore (Christus Patiens).

 

É il momento della sofferenza quello che più ci approssima alla morte e dunque alla divinità?